Turismo termale: nelle località italiane 24 milioni di presenze nel 2025

Nelle località del termali italiane le presenze turistiche stimate nel 2025 sono 24 milioni, per un fatturato diretto di oltre 5 miliardi di euro, di cui 3 miliardi spesi da visitatori internazionali.

È quanto emerge dal Rapporto Unioncamere-ISNART (Istituto Nazionale per le Ricerche Turistiche e Culturali) presentato in occasione del convegno “Il turismo termale italiano come driver di crescita del mercato”.
Dalla ricerca emerge come le destinazioni più competitive non sono quelle che offrono singoli servizi, ma quelle che riescono a costruire percorsi esperienziali coerenti, capaci di dare continuità e riconoscibilità alla vacanza all’insegna del benessere. Legando, quindi, l’esperienza delle terme con la fruizione del patrimonio culturale, paesaggistico ed enogastronomico del territorio.

Il 50% dei visitatori è alto spendente

In particolare, i turisti in vacanza nelle destinazioni delle terme italiane si stima abbiano speso quasi 2 miliardi di euro solo per alloggio e ristorazione, oltre a 1,9 miliardi per acquisto di servizi termali, wellness e attività ricreative (cultura, eventi, divertimenti e intrattenimenti per i vari target turistici) e 1 miliardo per lo shopping (abbigliamento, calzature e accessori, enogastronomia e artigianato locale, altri prodotti del Made in Italy).

Merita evidenziare come 1 turista su 2 sia da considerarsi alto-spedente, con una spesa media procapite di 256 euro al giorno, circa 90 euro in più del turista termale medio.

Sei su 10 sono habitué della della struttura

In prevalenza i turisti termali sono Millennials (30,8%) che si muovono in coppia (49,4%) o con amici (17,5%) e che scelgono località che offrono percorsi di benessere integrati, dalle acque termali ai trattamenti rigorosamente di qualità e personalizzati sulla base di esigenze e aspettative.
I fattori che incidono di più sulla scelta di dove e come trascorrere la vacanza alle terme sono in primo luogo la qualità delle acque e la disponibilità di trattamenti curativi e servizi wellness, ma 1 turista su 2 decide anche sulla base del rapporto qualità/prezzo e 2 su 5 sono attratti dalla notorietà e dal branding della destinazione. Inoltre, 6 visitatori su 10 sono habitué della località e della struttura frequentata.

Per reperire informazioni, scegliere e prenotare, il primo canale è Internet (78%). Il 50,8% dei turisti è influenzato dal web e dalle offerte promozionali (51%), mentre i social network sono decisivi per il 42,5%, anche per lasciare recensioni.

Una filiera rivitalizzata da investimenti e servizi accessori

“Da qualche anno la filiera del turismo termale italiano ha avviato un processo di rivitalizzazione, con investimenti in infrastrutture e servizi accessori – commenta  Lorena Credaro, presidente ISNART -, ma anche nel branding e nella maggiore visibilità sul web, che hanno contribuito a riposizionare la filiera su un segmento di offerta di alta gamma. Per sostenere questo cambiamento è necessaria una politica di sistema, una crescita qualitativa non solo delle singole strutture ma dell’intera filiera. E, perché no, una politica di defiscalizzazione delle spese termali, sul modello di quanto fatto da alcuni Paesi europei”.

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Oggetti dimenticati in taxi: lo smartphone è la vera vittima della fretta

C’è un modo curioso per raccontare le nostre giornate: guardare cosa lasciamo indietro. Con Lost & Found, l’analisi annuale di Freenow by Lyft, emergono le piccole distrazioni quotidiane degli italiani che si muovono in taxi tra lavoro, impegni e vita privata.
Un racconto fatto di numeri, ma anche di abitudini, stanchezza e corse contro il tempo.

L’Italia e la mappa europea delle dimenticanze

Nel panorama europeo, l’Italia si piazza al quinto posto per numero di oggetti dimenticati in taxi, con 1.040 segnalazioni nell’arco dell’anno. Davanti ci sono Grecia, Spagna, Germania e Irlanda.

Un dato che dice molto del ritmo urbano: si sale, si scende, si risponde a una chiamata, si pensa alla prossima tappa. E qualcosa resta sul sedile.

Il cellulare in cima alla classifica

In testa alla classifica c’è lo smartphone, che da solo rappresenta oltre il 20% degli oggetti smarriti. È l’oggetto che teniamo sempre in mano, ma anche quello che più facilmente appoggiamo distrattamente accanto a noi. Subito dopo arrivano le borse, con più dell’11% delle segnalazioni.

Seguono occhiali da sole e documenti, che si aggirano rispettivamente intorno all’8% e al 6,5%. Poco più indietro cuffie e portafogli, poi occhiali da vista e cappelli. Chiudono la top ten le chiavi, che si fermano al decimo posto.

Quando la statistica diventa racconto

Non mancano però le sorprese. Tra gli oggetti più insoliti dimenticati in taxi compaiono un ventilatore elettrico nero, un frullatore e persino un pezzo di mobile fai-da-te.

Episodi che fanno sorridere e che raccontano traslochi improvvisati, acquisti dell’ultimo minuto, vite in movimento che non sempre viaggiano leggere.

Come recuperare ciò che si è perso

Recuperare un oggetto dimenticato non è impossibile. Freenow permette di contattare il tassista direttamente dall’app fino a sette giorni dopo la corsa, attraverso una linea protetta con numero criptato.
Come spiega Paolo Ceccarelli, Country Lead di Freenow Italia, il sistema è pensato per garantire sicurezza e semplicità. Grazie alla cronologia delle corse, individuare il viaggio giusto e avviare la richiesta richiede pochi passaggi.

Un aiuto contro la distrazione

Per ridurre il rischio di dimenticanze, l’app mette a disposizione anche una notifica push, attivabile su richiesta, che invita a controllare di avere con sé tutti gli effetti personali al termine della corsa. Un promemoria semplice, ma utile, soprattutto nei periodi più intensi dell’anno.

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Giovanissimi: oltre 1 su 4 frequenta amici tutti i giorni

Il 72,5% dei ragazzi tra 11 e 19 anni trascorre il proprio tempo libero con gli amici almeno qualche volta a settimana. Il 21,4% tutti i giorni, il 13,2% raramente o non li frequenta affatto.
Rispetto alle femmine, i maschi frequentano gli amici in modo più assiduo: oltre un maschio su quattro vede gli amici con cadenza giornaliera (26,2%) e il 76,9% qualche volta a settimana o tutti i giorni (femmine 68%).

La sporadicità delle frequentazioni coinvolge il 15,1% delle femmine, così come accade al sottogruppo degli 11-13enni, che tuttavia nel 22,2% dei casi incontra amici tutti i giorni.
Emerge dall’Indagine Istat ‘Bambini e ragazzi: comportamenti, atteggiamenti e progetti futuri’.

Da Nord a Sud i contatti tra pari aumentano

Il Mezzogiorno presenta più alte percentuali di ragazzi che dichiarano di frequentare gli amici tutti i giorni: oltre un ragazzo su quattro (26,1%) contro quote che nel Centro-Nord non raggiungono il 20%.
I ragazzi stranieri frequentano meno assiduamente gli amici, solo il 63,8% li incontra più volte a settimana contro il 73,5% degli italiani. Il 22,9% dei giovanissimi stranieri ha soltanto sporadiche relazioni amicali, quasi l’11% in più rispetto ai coetanei italiani.

Osservando le singole cittadinanze emerge un quadro eterogeneo. I ragazzi cinesi, per esempio, frequentano poco assiduamente gli amici. Solo il 44,7% afferma di incontrarli più volte a settimana, mentre i giovanissimi marocchini e albanesi frequentano gli amici con cadenza più che settimanale (rispettivamente 71,9% e 70,1%).

L’importanza di potersi confidare

Se la vera amicizia si fonda anche sul potersi confidare senza paura di essere giudicati e con la certezza di poter contare su chi ti ascolta, l’86,3% dei ragazzi ha almeno un amico con cui confidarsi, il 50,7% più di un amico con cui condividere pensieri e sentimenti. Di conseguenza, il 35,6% ha un rapporto esclusivo soltanto con un coetaneo.

La confidenza sembra essere una caratteristica più comune tra le ragazze, di cui oltre il 90% afferma di avere almeno una persona fidata con cui aprirsi (82,1% ragazzi). Questa differenza è in gran parte attribuibile al maggior numero di amicizie strette tra le ragazze, che dichiarano di poter contare su più amici fidati (56,3% vs 45,4% maschi), mentre i ragazzi sembrano leggermente più propensi (36,6% vs 34,4% ragazze) ad avere un amico esclusivo.

Maggiori difficoltà relazionali per gli stranieri

Anche per questa dimensione si confermano maggiori difficoltà relazionali per gli stranieri. Solo il 41,1% ha più amici stretti, rispetto al 51,7% degli italiani.
Ma se ‘l’amico del cuore’ è più frequente tra gli stranieri (39,3% vs 35,2% italiani) rimane una certa differenza a loro sfavore nell’avere almeno un confidente, che si sostanzia in 6 punti percentuali e mezzo in meno rispetto agli italiani.

Tra le diverse collettività, albanesi e romeni presentano un atteggiamento simile agli italiani, mentre i marocchini si distinguono per avere più delle altre cittadinanze un’unica relazione fidata (44,6%) e i cinesi presentano la percentuale più bassa di amici con cui confidarsi (65% vs 80,4% stranieri).

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Giocare a Natale fa bene, a tutte le età: rafforza i legami e allena la mente

Arriva dicembre e, insieme alle luci e ai decori delle feste, tornano quei piccoli riti che in molte famiglie italiane si ripetono da sempre. Dopo il pranzo di Natale, quando la tavola si svuota e le chiacchiere si spengono un po, ecco comparire i mazzi di carte consumati dall’uso, la tombola che parte sempre “tra cinque minuti”, il Mercante in Fiera che scatena trattative degne di un bazar orientale.

Sono momenti semplici, quasi scontati, che però custodiscono un valore tutt’altro che banale. Come ricordano i dati dell’Osservatorio Nestlé, queste attività non rappresentano soltanto un modo per passare il tempo, ma un vero allenamento per la mente e un’occasione preziosa per coltivare relazioni autentiche.

Un passatempo utile, soprattutto dopo i 60 anni

Oltre il 60% degli over 65, secondo l’Osservatorio Nestlé, mantiene viva la propria attività mentale attraverso lettura, cruciverba e giochi di logica; un altro 40% utilizza app e passatempi digitali per allenare memoria e concentrazione. È una generazione che non ha intenzione di rallentare e che vive la longevità come un periodo pieno di possibilità, un approccio che la campagna Meritene “Vivi l’Età” incoraggia con forza.

E nel periodo natalizio, complici i ritmi più distesi e il ritorno alla dimensione domestica, il gioco diventa un alleato naturale del benessere cognitivo. La tombola, con il suo ritmo lento e familiare, tiene sveglia l’attenzione; le carte – dalla scopa al tressette, dalla briscola al sette e mezzo – mettono in moto logica, memoria e capacità di calcolo; il burraco, amatissimo da anni, richiede strategia e concentrazione.

Un beneficio che si moltiplica quando si gioca insieme

Secondo l’Osservatorio, oltre quattro italiani su dieci riconoscono al gioco un effetto positivo sull’umore e sull’agilità mentale. Non è un’impressione: varie ricerche indicano che le attività ludiche praticate in compagnia possono ridurre il rischio di declino cognitivo, migliorando memoria e velocità di pensiero.

Lo conferma anche il sociologo Saro Trovato, che sottolinea come il gioco resti uno dei rari rituali capaci di mettere seduti allo stesso tavolo nonni, figli e nipoti. Un incontro che non è solo divertimento, ma un modo per far circolare linguaggi, ricordi e affetto in un’epoca in cui la tecnologia rischia, a volte, di isolarci persino tra le pareti di casa.

Vivere ogni stagione della vita

Anche una semplice partita a carte può diventare uno dei tanti tasselli che aiutano a vivere meglio, non solo più a lungo.

Perché, in fondo, Natale ci ricorda proprio questo: la qualità del tempo conta più della quantità. E un numero estratto alla tombola o una mano di burraco possono trasformarsi in piccole scintille di benessere che accompagnano tutto l’anno.

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“Burnout season”: perché gli ultimi 36 giorni dell’anno ci mandano in tilt

Magia del Natale? Mica tanto. Per moltissime persone la fine dell’anno dovrebbe essere un momento scintillante: luci, inviti, tavole imbandite, aria frizzante e buoni propositi. Eppure, dietro a quel velo brillante, si nasconde qualcosa di molto più terreno: la stanchezza accumulata.

Una ricerca di OnePlus rivela che il periodo tra il 25 novembre e il 31 dicembre è, per milioni di italiani, il tratto più stressante dell’intero anno. Parliamo di 36 giorni in cui circa 17 milioni di persone vivono con un carico mentale al limite. Il fenomeno è conosciuto come burnout season.

Dicembre, che fatica: scadenze, aspettative e giornate troppo corte

Secondo lo studio, lo stress non arriva solo dal lavoro. Sono le mille piccole richieste – sociali, familiari, emotive – a spingere molti verso quel senso di “non ce la faccio più”. Una persona su tre sente un aumento netto della tensione, stretta tra eventi da organizzare, pranzi da incastrare e progetti professionali da chiudere prima del nuovo anno.

In più, le giornate che si accorciano sembrano rubare tempo invece di regalarlo: ci si sente sempre in ritardo, sempre da qualche parte con la testa, poco sul pezzo.

I segnali del sovraccarico: i blackout da saturazione mentale

Lo studio mette in fila una serie di comportamenti che, a dicembre, diventano ancora più comuni.
Più della metà degli intervistati si dice sopraffatta dagli impegni, il 44% teme di arrivare alla fine del mese completamente esausto e molti ammettono di perdere il controllo sulle attività più semplici.

Capita così di uscire senza portafoglio, dimenticare il telefono sul tavolo o non ricordarsi più dove si è parcheggiata l’auto. Non è semplice distrazione, ma saturazione mentale: il nostro cervello va in risparmio energetico e funziona meno.

Relazioni e routine sotto pressione

La “burnout season” pesa anche sui rapporti personali. Molti confessano di sentirsi meno presenti nelle relazioni, più irritabili o, semplicemente, più distanti.

Le cattive abitudini prendono il sopravvento: pasti veloci, attività fisica rimandata, buone pratiche che saltano. È un piccolo terremoto emotivo che colpisce un po’ tutti, soprattutto i più giovani.

Delegare per prendere fiato: l’aiuto della tecnologia

Per interpretare questo fenomeno, OnePlus si è affidata alla dottoressa Claire Ashley, esperta di burnout. Il suo messaggio è chiaro: il problema non è fare troppo, ma dover ricordare tutto. Delegare è la parola d’ordine – anche affidando parte del carico a strumenti digitali che alleggeriscono la memoria.

È proprio in questa direzione che si inserisce il nuovo OnePlus 15, presentato il 13 novembre, con un’attenzione particolare alla gestione del carico mentale con dati chevengono organizzati automaticamente dall’AI.

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Litigare (un po’) fa bene? Ecco cosa ne pensano le coppie italiane

“L’amore non è bello se non è litigarello”, dice il celebre proverbio. Ma è davvero così? Per capirlo, Matrimonio.com, portale di riferimento per chi si prepara il grande giorno, ha deciso di chiedere alle coppie della sua Community come se la cavano con i battibecchi.

Ne è uscito un quadro realistico e divertente di come gli italiani vivono la quotidianità di coppia, tra convivenza, suoceri e piccole gelosie.

Un terzo delle coppie litiga ogni settimana

Certo, discutere ogni tanto è assolutamente normale. D’altronde chi non lo fa, magari dopo anni di convivenza? Insomma, il normale litigio può essere sdoganato. I dati lo confermano: secondo il sondaggio, il 34% delle coppie italiane ammette di litigare almeno una volta alla settimana.

C’è anche chi riesce a mantenere la calma un po’ più a lungo: il 14% dice di discutere una volta al mese. C’è poi una percentuale minore – comunque l’11% delle coppie italiane – che confessa di litigare ogni giorno.
Dall’altra parte c’è però un 41% che assicura di discutere di rado. In fondo, un po’ di confronto fa parte della vita insieme: per qualcuno è una valvola di sfogo, per altri un modo per conoscersi meglio.

I veri motivi dei battibecchi? Convivenza e suoceri

La principale fonte di tensione, raccontano gli intervistati, è la convivenza. Il 37% delle coppie afferma che vivere sotto lo stesso tetto è la causa numero uno dei litigi. Un dato comprensibile: secondo il Rapporto sul Settore Nuziale 2025 di Matrimonio.com, l’80% delle coppie che si sposano convive già. “Le abitudini quotidiane mettono in luce differenze di carattere e modi di fare”, spiega Silvia, che si sposerà a settembre.

Subito dopo arrivano i suoceri. Il 23% indica la famiglia allargata come motivo ricorrente di discussioni. “A volte è difficile gestire pranzi, cene e inviti con i genitori di entrambi”, confessa Martina, promessa sposa per l’autunno 2025.

Gelosia, soldi e politica:cosa accende la miccia?

Non mancano i classici motivi di scontro: gelosia (15%), gestione del denaro (11%) e educazione dei figli (5%). E poi ci sono le divergenze politiche o religiose, che per una coppia su dieci diventano veri e propri campi minati. “Io sono di sinistra e lei di destra. Vi lascio immaginare…”, scherza Martino, che si sposerà nel 2028.

Alla fine, però, quasi tutti concordano: qualche litigio ogni tanto ci sta, l’importante è saper far tornare la pace. 

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Lavoro: gli occupati più felici abitano in alta montagna

In Italia 12,2 milioni di addetti dichiarano di “amare” il proprio lavoro. Sono il 51,7% del totale degli occupati presenti nel Paese.
Secondo l’Ufficio Studi della CGIA a livello territoriale il più alto livello di soddisfazione lavorativa lo detiene la Valle d’Aosta, con il 61,7% degli occupati (70mila persone) significativamente soddisfatti a livello professionale. In seconda posizione, la Provincia Autonoma di Trento (61,1% 161mila persone) e in terza quella di Bolzano (60,5%, 170mila). Tutti territori di alta montagna.

Seguono Umbria (58,2%, 234mila), Piemonte (57,1%, poco più di un milione) e Marche (55,4%, 370mila).
A eccezione del Piemonte, nelle posizioni di vertice si osservano prevalentemente realtà geografiche di dimensioni contenute, caratterizzate dalla presenza di piccolissime attività produttive, con un impatto ambientale trascurabile.

Comunità integrate con il territorio

Si tratta di realtà che risultano fortemente integrate e in perfetto equilibrio con territori di straordinaria bellezza, ancora preservati e a misura d’uomo.
Insomma, le piccole imprese oltre a svolgere un ruolo fondamentale nella conservazione della cultura e delle tradizioni locali, promuovono l’identità culturale delle comunità coinvolte, valorizzando i lavoratori che si sentono i principali protagonisti di questo successo. 

Se nella parte alta della classifica dominano le piccole realtà geografiche, la coda, invece, è “occupata” dalle regioni del Sud. Negli ultimi posti compaiono i lavoratori della Calabria, con un livello di felicità del proprio lavoro del 43,8%, pari a 245mila persone), della Basilicata, con il 42,3% (96mila) e della Campania, con il 41,2 (681mila).

Come calcolare il benessere del luogo di lavoro?

La stima della percentuale di lavoratori che ha manifestato un elevato grado di apprezzamento per la propria attività professionale è stata calcolata considerando vari fattori quali le opportunità di carriera, l’orario di lavoro, la stabilità occupazionale, la distanza tra casa e luogo di lavoro e l’interesse per le mansioni svolte. 

Se la felicità è uno stato d’animo che attiene alla sfera personale, in questo caso dei lavoratori, il benessere del luogo di lavoro è un indice più esaustivo, che tiene conto anche del contesto socio-economico in cui lavora un operaio o un impiegato. Questa variabile è stata ottenuta attraverso la misurazione di quanti lavorano e non lavorano, degli irregolari, del tasso di istruzione correlato alle mansioni svolte, della precarietà, del livello retributivo, degli infortuni mortali.

Ma un italiano su due non è soddisfatto della propria situazione professionale

Per ciascuno dei sottoindicatori considerati è stata stilata una graduatoria nazionale in grado di stimare il benessere aziendale presente in tutte le regioni del Paese.
E analizzando i risultati che emergono dall’incrocio dei 10 sottoindicatori sulla qualità del lavoro, è la Lombardia a guidare questa graduatoria.

Seguono la Provincia Autonoma di Bolzano, il Veneto, la Provincia Autonoma di Trento, il Piemonte e il Friuli Venezia Giulia.
Nelle parti basse della classifica si piazzano la Sicilia, la Basilicata, e fanalino di coda, la Calabria.
Complessivamente in Italia praticamente un occupato su due non è soddisfatto del lavoro che svolge: il 51,7% del totale. 

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Conti correnti: gli italiani vittime di truffa sono oltre 2 milioni

Secondo i dati emersi dall’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat nel corso del 2024 sono stati oltre 2 milioni gli italiani vittime di truffa legata ai conti correnti. Un danno economico totale stimato in oltre 970 milioni di euro.

Il fenomeno delle truffe sui conti correnti è sempre più diffuso, tanto che secondo un rapporto di Banca d’Italia nel secondo semestre 2024 il valore dei soli bonifici fraudolenti ammontava a 65,5 milioni di euro. Per porre un argine al fenomeno, da ottobre 2025 entreranno in vigore nuove regole, in particolare, la verifica del beneficiario.
Ma contrariamente a quanto si possa pensare, a subire più frequentemente una truffa o un tentativo di frode legati ai conti correnti non sono gli anziani.

Sono in pochi a denunciare

A fronte di una media nazionale di truffati pari al 4,7%, nella fascia 25-34 anni la percentuale raggiunge il 7,3% e tra i 18-24enni arriva addirittura al 9,6%.
Tra i canali più usati per tendere una trappola rientrano le false email (45,2%) e i finti call center (33,3%). In quasi 1 caso su 4 (24,7%) come cavallo di Troia è stato utilizzato un SMS, mentre nel 21,5% dei casi un finto sito web.

Più di un truffato su 3 (39,8%) sceglie però di non denunciare l’accaduto.
Le motivazioni principali per giustificare la mancata denuncia riguardano il danno economico basso (29,7%) e il timore di apparire ingenui per esserci cascati (24,3%).

Come difendersi?

Se si riceve un’e-mail da parte della banca in cui si chiedono informazioni come user e password di accesso all’home banking si tratta di un tentativo di “phishing”, una tecnica usata dai criminali informatici per estorcere con l’inganno informazioni personali.
Attenzione anche ai siti dove inserire le coordinate del conto: verificare che nell’indirizzo sia presente la sigla HTTPS, che garantisce la protezione delle informazioni inviate alla piattaforma.

Molti istituti di credito offrono però la possibilità di attivare le notifiche automatiche (tramite SMS o app) che allertano il cliente in caso di movimenti sul conto corrente. E a partire dal 2019 è attivo il sistema Strong Customer Authentication, che prevede una doppia verifica dell’identità dell’utente da parte dell’Istituto di credito prima di dare l’ok alle operazioni richieste.

La trappola del finto versamento

Una delle ultime truffe sui conti correnti è quella del “finto versamento”. La vittima, in questo caso, è un ignaro cittadino, che ad esempio, sceglie di vendere un oggetto online tramite le comuni piattaforme di compravendita.

Il truffatore finge di acquistare l’oggetto, ma al momento di definire la modalità di pagamento convince il venditore dell’esistenza di una nuova procedura, che tramite ATM consente di accorciare le tempistiche e ricevere immediatamente il denaro sul conto.
Ovviamente, con tale procedura il denaro non viene versato sul conto del venditore, anzi, viene prelevato allo stesso e accreditato sul conto o sulla carta prepagata del truffatore.

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Italiani, (quasi) tutti connessi, ma ancora poco ‘istruiti’

L’Italia è sempre più digitale, ma non tutti riescono a tenere il passo. Secondo l’ultimo report Eurispes, oggi quasi 52 milioni di italiani hanno accesso a Internet, pari all’87,7% della popolazione. Restano però oltre sette milioni di esclusi, concentrati soprattutto tra anziani, famiglie con redditi bassi e nelle aree interne del Paese (Digital 2024 Global Overview Report).

Il dato fa riflettere: non basta avere a disposizione la rete, bisogna anche saperla usare. L’Italia, con un’età media tra le più alte d’Europa (47,9 anni), sconta un forte divario generazionale. I nativi digitali padroneggiano con naturalezza le tecnologie, mentre gli over 65 hanno molte più difficoltà. resta più complicato.

Lo smartphone è il primo strumento di connessione 

Per la maggior parte degli italiani lo smartphone è il principale strumento di connessione. Il computer, fisso o portatile, viene utilizzato solo dalla metà della popolazione. Questo però limita la possibilità di sfruttare servizi complessi, come SPID, CIE o piattaforme di formazione online.

I dati Istat segnalano un paradosso: i giovani passano in media oltre due ore al giorno sui social, ma solo il 18% utilizza Internet per attività formative o di partecipazione civica. La digitalizzazione, insomma, cresce nei numeri, ma non sempre nella qualità.

Quando il digitale diventa “fatica”

La vita online porta con sé nuove vulnerabilità. Il sovraccarico informativo, fatto di notifiche, news e aggiornamenti costanti, genera ansia e distrazione cronica. È la cosiddetta “fatica da social media”, che riduce concentrazione e benessere.

Accanto a questo emerge la FOMO, la paura di restare fuori da ciò che accade. In Italia oltre il 70% degli adolescenti dice di provare ansia se non è sempre connesso (Iss). Stories e messaggi a tempo alimentano la sensazione di doversi tenere sempre aggiornati, anche a costo di sacrificare la qualità delle relazioni.

Identità e dipendenza

Nell’era dei like e delle visualizzazioni, l’identità personale si gioca anche online. Mostrarsi, raccontarsi, performare: esiste una forte pressione a mantenere un’immagine curata e “ottimizzata”, con ripercussioni su autenticità e autostima.

A questo si aggiunge il tema della dipendenza. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, più del 30% degli adolescenti italiani mostra segnali di utilizzo compulsivo dello smartphone. Non solo ragazzi: anche adulti e lavoratori vivono forme di dipendenza silenziosa, tra e-mail, chat e acquisti online. L’OMS ha già riconosciuto il “gaming disorder” come patologia, ma la dinamica della ricompensa immediata ormai caratterizza tutte le piattaforme digitali.

Obiettivo inclusione

Oggi in Italia quasi tutti hanno accesso alla rete. Il prossimo passo, sarà quello di trasformare la connessione in competenza, consapevolezza e inclusione. Perché il digitale non deve essere un muro che divide, ma un mezzo di unione.  

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Adolescenti: bullismo e solitudine tra i banchi (e sul web)

La scuola, il cortile, le chat, i social. Sono questi gli spazi in cui oggi si consumano molti atti di bullismo tra gli adolescenti. Non si tratta di episodi sporadici: secondo una ricerca dell’ISTAT condotta nel 2023, oltre il 68% degli adolescenti italiani tra 11 e 19 anni ha dichiarato di aver subito almeno un episodio di emarginazione, insulto o aggressione fisica, sia dal vivo che online.

In quasi un caso su cinque, queste situazioni sono ricorrenti e vissute più volte al mese. E tra gli 11-13enni, la percentuale sale al 23,7%, segno che le fasce più giovani sono particolarmente esposte. Insomma, è un problema grave che coinvolge oltre due terzi dei ragazzi.

Differenze territoriali: va peggio al Nord

I dati mostrano una differenza anche su base geografica. Se nel Mezzogiorno un ragazzo su tre afferma di non aver mai subito comportamenti offensivi, al Nord le vittime abituali sono di più.

Il Nord-Est, in particolare, registra il dato più elevato di bullismo ripetuto: il 22,1%.

Forme diverse, stesso impatto

Il bullismo non si manifesta sempre allo stesso modo. Può essere diretto, con insulti o aggressioni, oppure indiretto, come l’esclusione sociale o la diffusione di pettegolezzi. Le offese verbali sono la forma più frequente: più della metà degli adolescenti ha ricevuto insulti. Le aggressioni fisiche coinvolgono invece circa 1 giovane su 10.

Le ragazze sono più frequentemente isolate o escluse, mentre i ragazzi subiscono più insulti e violenze fisiche. Anche l’età influisce: gli 11-13enni riportano più offese e diffamazioni, mentre tra i 14-19enni crescono le segnalazioni di minacce e atti fisici.

Quando il fenomeno è online

Con la diffusione dei social media, il bullismo ha trovato nuovi spazi. Il cyberbullismo colpisce oggi oltre un terzo dei ragazzi. Tra questi, il 9% dei maschi racconta di essere stato bersaglio di attacchi online in modo continuativo.

Le offese digitali superano spesso quelle “dal vivo”, soprattutto tra i ragazzi più connessi.

Serve una risposta collettiva

Il bullismo, in tutte le sue forme, è un fenomeno complesso che va affrontato con strumenti adeguati. Famiglie, scuole e istituzioni devono collaborare per creare ambienti più sicuri, inclusivi e rispettosi. I dati ci mostrano dove intervenire.
Ora serve il coraggio di farlo.

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