Cybersecurity e IA: nel 2025 solo il 4% delle imprese è davvero pronto

Sarà uno dei tempi più importanti del imminente futuro: stiamo parlando della sicurezza informatica. Ad aggiungere qualche dato ci pensa l’ultimo Cybersecurity Readiness Index 2025 di Cisco, che rivela che il livello di preparazione delle imprese rispetto alle minacce informatiche rimane sorprendentemente basso.

A livello globale, solo il 4% delle aziende ha raggiunto uno stato di maturità sufficiente a fronteggiare in modo efficace gli attacchi informatici più avanzati. Un dato che migliora appena rispetto al 2024, quando la percentuale si fermava al 3%.

L’intelligenza artificiale è una risorsa… ma anche un rischio

L’intelligenza artificiale sta trasformando radicalmente il modo in cui le aziende gestiscono la sicurezza digitale, ma introduce anche nuove vulnerabilità. In Italia, l’82% delle organizzazioni ha già sperimentato almeno un attacco legato all’utilizzo dell’IA.

Nonostante ciò, meno della metà degli intervistati ritiene che il proprio team sia davvero consapevole di come i criminali informatici stiano sfruttando queste tecnologie per colpire.

Infrastrutture frammentate e scarsa consapevolezza

Il rapporto evidenzia che il 39% delle aziende italiane ha subito attacchi a causa di sistemi di sicurezza disomogenei.
A preoccupare maggiormente sono le minacce esterne, indicate dal 66% degli intervistati come fonte principale di rischio, a fronte di un 34% che teme di più gli attacchi interni.

L’Italia tra IA generativa e IA ombra

Nel nostro Paese, vari strumenti di IA generativa vengono già utilizzati dal 61% dei dipendenti tramite soluzioni approvate dalla policy aziendale. Preoccupa invece la scarsa supervisione: l’80% dei responsabili IT non ha piena visibilità sull’interazione tra i lavoratori e questi strumenti. A ciò si aggiunge il timore crescente legato all’“IA ombra”, ovvero software installati senza autorizzazione, che il 68% delle organizzazioni fatica a rilevare.

Sono carenti sia gli investimenti sia le competenze

Mentre il 98% delle aziende dichiara di voler aggiornare la propria infrastruttura IT, solo il 9% dedica più del 20% del budget alla cybersecurity.

Inoltre, l’83% lamenta una carenza di esperti nel settore, con oltre la metà delle imprese che segnala decine di posizioni vacanti in ambito sicurezza.

Il futuro è ancora da scrivere 

Lo scenario è certamente complesso, ma per fortuna le soluzioni ci sono. Consolidare le infrastrutture di difesa, aumentare la consapevolezza interna e puntare sull’intelligenza artificiale per il rilevamento e la risposta agli attacchi sono oggi le chiavi per una cybersecurity efficace e resiliente.

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Smartphone: una “dipendenza” silenziosa che domina la nostra vita

Il nostro rapporto con i dispositivi mobili è diventato così stretto al punto di generare una forma di dipendenza tanto diffusa quanto sottovalutata. Questo, proprio perché ormai parte integrante della nostra quotidianità.
Secondo il report di GiocoResponsabile.info, un adolescente medio sblocca il proprio telefono oltre 100 volte al giorno, arrivando a trascorrere fino a 6 ore complessive davanti allo schermo.

Gli adulti italiani non sono da meno, e dedicano al cellulare una media di 176 minuti quotidiani.
Ma il fenomeno riguarda anche i più piccoli: il 26% dei bambini tra 0 e 2 anni ha accesso autonomo ai dispositivi digitali, percentuale che sale drasticamente al 62% nella fascia 3-5 anni.

Adolescenti connessi 24 ore su 24

Quando si arriva all’adolescenza, la cifra supera il 95%, con molti giovani che mantengono lo smartphone acceso 24 ore su 24.
Nel panorama europeo, l’Italia si posiziona tra i Paesi con maggior utilizzo di dispositivi digitali. La media complessiva italiana è infatti di circa 5 ore e 55 minuti giornalieri tra smartphone e computer.

Solo la Russia registra tassi più elevati, mentre la Danimarca si distingue per l’uso più contenuto, con circa 5 ore quotidiane.
In generale, i social network rappresentano l’attività predominante, tanto che alcuni Paesi, come l’Australia, hanno introdotto restrizioni per i minori di 16 anni.

Come distribuiamo il nostro tempo sullo schermo?

Facebook, Instagram e TikTok catturano l’attenzione degli utenti con flussi infiniti di contenuti personalizzati. Al secondo posto i giochi, la cui crescente complessità e immersività ha trasformato lo smartphone in una console portatile sempre disponibile. Gli adolescenti dedicano in media 45 minuti al giorno ai videogiochi su smartphone, una cifra inferiore rispetto alle quasi 4 ore spese sui social media.

Paradossalmente, le funzioni comunicative originarie del telefono occupano oggi un ruolo secondario nelle abitudini digitali.
Il settore dei videogiochi per smartphone rappresenta il segmento più redditizio dell’industria videoludica. Il mercato potrebbe raggiungere 240 miliardi di dollari entro il 2025, mantenendo una crescita annua del 6,39% fino al 2027.

Il gaming mobile

La connessione tra gaming mobile e gioco d’azzardo sta diventando sempre più rilevante. Meccaniche di gioco come quelle presenti nei ‘gacha games’, dove i giocatori spendono per ottenere oggetti casuali, replicano i meccanismi di ricompensa variabile tipici del gambling, stimolando il rilascio di dopamina e potenzialmente inducendo comportamenti compulsivi.

I numeri del gioco d’azzardo su mobile sono impressionanti: solo in Italia, a ottobre 2024, la spesa per i casinò online ha raggiunto 251,8 milioni di euro, +20% rispetto all’anno precedente.
Il mercato è dominato da operatori che continuano a investire massicciamente in marketing per attrarre nuovi utenti.

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e-commerce B2c: nel 2025 cresce del +6% e raggiunge quasi 40 miliardi di euro

Emerge dall’ultima indagine dell’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano: nel 2025 l’e-commerce di prodotto segna un incremento del +6% rispetto all’anno precedente, superando 40 miliardi di euro.
In generale, il valore degli acquisti online da parte degli italiani a fine anno crescerà del +6% e supererà 62 miliardi di euro. 

Nell’ambito degli acquisti di prodotto, rispetto al 2024 Food&Grocery e Beauty&Pharma registrano un incremento superiore alla media (7%), Abbigliamento, Informatica ed Elettronica di consumo, Arredamento e home living sono in linea con il settore (+5%/+6%), mentre frenano Auto e Ricambi.
Il settore dei servizi cresce invece del +8%, per un valore di 22 miliardi di euro.

Aziende con un sito proprio +3,4%

L’e-commerce italiano si consolida quindi come motore di trasformazione del commercio.
Il numero di imprese italiane con un sito e-commerce aumenta del 3,4% rispetto al 2024, raggiungendo 91.000 aziende distribuite principalmente in Lombardia, Lazio e Campania. 

Il settore è dominato da micro e piccole imprese, ma anche da aziende di dimensioni più grandi, con le società di capitale che crescono dell’8,5%.
I settori più rilevanti sono commercio e servizi, con un forte coinvolgimento nel Beverage, Editoria e prodotti alimentari.

Sul piano della comunicazione, l’82,7% delle aziende è presente sui social media, soprattutto Facebook e Instagram. La digitalizzazione è infatti in forte crescita: il 67,2% delle aziende mostra un alto livello di ‘Digital Attitude’. Tuttavia, oltre il 54% presenta ancora un basso livello di internazionalizzazione.

I social rimangono un’importante fonte di orientamento

Gli acquirenti online italiani consultano mediamente 4 touchpoint prima di effettuare un acquisto. Di questi, 2 sono legati a contenuti prodotti direttamente dai brand, come siti web o app (50,3%) e i loro e-commerce (44,2%), e 2 touchpoint riferiti a contenuti indipendenti (motori di ricerca, 55,7%, recensioni, 50%, comparatori, 40%).
I social rimangono un’importante fonte di orientamento per il 29,8% degli acquisti, insieme a punti vendita e retail media online, mentre le notifiche push segnano un leggero calo.

In base alla categoria di prodotto, si osservano preferenze specifiche. L’uso di AI e chatbot è particolarmente rilevante nell’elettronica e nell’editoria, mentre il retail media offline è più influente nel settore alimentare.

Cresce l’offerta di diverse soluzioni di pagamento

Per quanto riguarda i metodi di pagamento, oltre l’83% delle aziende offre più soluzioni, con un incremento nell’uso di carte di credito, PayPal e metodi di pagamento rateizzato.
L’89% delle transazioni avviene al momento dell’ordine. Solo l’11%  opta per il pagamento alla consegna o utilizzo del servizio.

I principali strumenti di pagamento sono Digital Wallet (30,8%), carta di credito (26,4%) e prepagata sul sito (23,6%). I pagamenti in contante alla consegna sono in forte declino, rappresentando solo l’1,2%, mentre il bonifico è utilizzato dal 2% degli acquirenti, ma con importi significativamente più alti rispetto alla media.

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Italia Generativa 2024: nel nostro Paese c’è ancora voglia di fare impresa?

Cosa alimenta oggi la voglia di fare impresa in Italia? E cosa, invece, la frena?
Sono le domande chiave al centro del Rapporto Italia Generativa 2024, curato dal Centre for the Anthropology of Religion and Generative Studies (ARC) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e promosso da Fondazione Poetica per la Generatività Sociale.

Presentato nella sede di Unioncamere a Roma, il rapporto analizza lo stato dell’intraprendenza italiana e il potenziale per un rilancio profondo e duraturo, in linea con i cambiamenti epocali che stiamo vivendo.

Imprenditorialità tricolore: c’è bisogno di aggiornare i modelli organizzativi 

Secondo quanto emerso dalla ricerca, l’Italia possiede ancora un patrimonio imprenditivo ricco e vitale, ma servono nuovi strumenti per valorizzarlo.
Creatività, resilienza, legame con il territorio: sono tratti distintivi del nostro modello imprenditoriale che, se riletti in chiave contemporanea, possono dare nuova spinta all’economia.

Il problema non è la dimensione delle imprese, spesso piccole, ma la difficoltà a trasformare i valori fondanti in modelli organizzativi aggiornati, sostenibili e scalabili.

Giovani, donne, migranti: l’imprenditività che guarda avanti

Come spiegato dal sociologo Mauro Magatti, le nuove energie imprenditoriali arrivano da giovani, donne e persone con background migratorio, spesso pronte a mettersi in gioco e a generare impatto. Però questi slanci sono ostacolati da barriere strutturali come burocrazia e accesso al credito, oltre a una formazione ancora poco adeguata ai tempi.

Un dato allarmante: l’80% dei giovani italiani ritiene difficile avviare un’impresa. Serve invertire la rotta.

Tre leve strategiche per rilanciare l’intrapresa

Il rapporto propone tre ambiti chiave su cui investire. Il primo è che formazione e impresa devono cooperare per sviluppare competenze ibride, unendo sapere tecnico e cultura umanistica. Il secondo evidenzia la necessità di ecosistemi territoriali che incentivino sperimentazione e innovazione locale.
Infine, è urgente una finanza più lungimirante, che premi l’innovazione e non solo la replicabilità.

La sfida della doppia transizione

Italia Generativa 2024 evidenzia anche le sfide poste dalla transizione digitale e da quella generazionale. Da un lato, è cruciale integrare la tecnologia mantenendo il valore umano. Dall’altro, è necessario passare il testimone tra generazioni senza perdere memoria e identità aziendale.

Una visione generativa per il futuro

Alla base del modello proposto dal rapporto c’è la Generatività Sociale: un approccio che supera le logiche economiche a breve termine per mettere al centro la creazione di valore condiviso, bellezza, inclusività e impatto positivo sul contesto.

In un momento storico in cui l’Italia è chiamata a scegliere la direzione del proprio sviluppo, questo studio offre una bussola per ritrovare slancio, senza rinnegare ciò che siamo.

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Il boom dell’e-commerce italiano: digitalizzazione e innovazione le parole d’ordine

Le imprese italiane stanno accelerando il processo di trasformazione digitale, consolidando la loro presenza nel commercio elettronico e investendo in strumenti innovativi. Secondo l’Osservatorio Siti E-commerce Italiani, realizzato da Netcomm in collaborazione con Cribis, il 67,2% delle aziende ha raggiunto un elevato livello di digitalizzazione, in netto aumento rispetto al 49,2% registrato nel 2024. Questo dato riflette una maggiore attenzione verso il potenziamento delle infrastrutture web, il marketing digitale e l’ottimizzazione dei processi di vendita online.

L’adozione di tecnologie avanzate e la crescente disponibilità della banda larga hanno permesso alle imprese di migliorare la loro capacità di interazione con i clienti, offrendo esperienze d’acquisto più fluide e personalizzate.

Nuove strategie di mercato

Oltre alla digitalizzazione, le aziende italiane stanno dimostrando una maggiore predisposizione all’innovazione. I dati dell’Osservatorio evidenziano che il 30,1% delle imprese presenta un livello elevato di innovazione, mentre il 54,7% si colloca nella fascia medio-alta. Questo indice prende in considerazione fattori come la crescita della produttività, lo sviluppo di brevetti, la flessibilità manageriale e l’adozione di nuovi modelli di business orientati alla ricerca e sviluppo.

L’evoluzione del settore sta portando sempre più aziende a integrare strategie omnicanale, combinando punti vendita fisici e digitali per offrire un’esperienza d’acquisto completa e interattiva. Tuttavia, nonostante questi progressi, il percorso verso un’internazionalizzazione più solida rimane ancora lungo.

Il Made in Italy e la sfida dell’internazionalizzazione

Se da un lato il mercato italiano dell’e-commerce mostra segnali di crescita e maturazione, dall’altro la sua espansione oltre i confini nazionali risulta ancora limitata. Secondo il report, oltre il 54% delle imprese e-commerce italiane ha una presenza poco rilevante nei mercati esteri, mentre solo il 16,8% delle società di capitale ha raggiunto un alto livello di internazionalizzazione.

Per rendere il Made in Italy più competitivo su scala globale, è fondamentale adottare strategie mirate di espansione internazionale, investendo in piattaforme digitali, logistica avanzata e campagne di marketing su misura. Solo attraverso una maggiore apertura ai mercati esteri, il settore potrà cogliere le opportunità offerte dal commercio digitale globale e garantire una crescita sostenibile nel lungo termine.

Aumento delle aggressioni sul posto di lavoro: un fenomeno da contrastare

Sono tristemente in crescita gli episodi di violenza e molestia sul luogo di lavoro. Secondo un’analisi dell’Inail, nel 2023 sono stati riconosciuti 6.813 casi di aggressioni e minacce sul lavoro, escludendo quelli che hanno coinvolto studenti o animali.

Si tratta del numero più alto dal 2019, con un aumento dell’8,6% rispetto al 2022. L’incremento è particolarmente marcato per le donne, con un +14,6%, mentre per gli uomini si attesta al +3,8%.

Chi sono le vittime e i settori più colpiti

I settori più esposti al fenomeno sono quello sanitario e quello dell’assistenza sociale: nel periodo 2019-2023, quasi la metà dei casi ha riguardato lavoratrici, percentuale che nel 2023 è salita al 48%. Le donne coinvolte sono in genere più mature rispetto agli uomini, con il 40% delle vittime che ha più di 50 anni.

La gestione assicurativa dell’Industria e servizi raccoglie la quasi totalità dei casi (90%), seguita dal settore pubblico (9%) e dall’Agricoltura (1%). Nella Sanità e assistenza sociale, il 70% delle vittime è di sesso femminile.

Dove si verificano più episodi

Le aggressioni sono particolarmente diffuse nel Nord Italia, dove si concentrano sei episodi su dieci. Le regioni più colpite sono la Lombardia (18,2%), l’Emilia-Romagna (13,8%) e il Veneto (9%).

Le professioni più esposte includono infermieri, operatori sociosanitari, conducenti di mezzi pubblici, capi treno e vigili urbani.

Conseguenze e impatto psicologico

La maggior parte degli infortuni non lascia postumi permanenti, ma in circa il 10% dei casi si registrano danni con un’invalidità superiore all’1%. Le lesioni più comuni sono contusioni (56%), lussazioni (19%) e fratture (11%). La parte del corpo più colpita è la testa (30%), seguita dagli arti superiori (25%).

Tra il 2019 e il 2023 sono stati segnalati 14 decessi legati a episodi di violenza sul lavoro.

Il peso dello stress e del mobbing

Secondo il report “Non staremo al nostro posto” di We World, la violenza verbale è la forma più diffusa (56%), seguita dal mobbing (53%) e dall’abuso di potere (37%).

Lo stress, l’ansia e la depressione sono tra le principali conseguenze per le vittime, con un grave impatto sulla loro qualità di vita e sulla carriera professionale.

Strategie di prevenzione

Per contrastare il fenomeno, l’Inail ha lanciato il progetto “Valutazione dei rischi in ottica di genere”, volto a fornire strumenti pratici per la prevenzione delle violenze nei luoghi di lavoro.

L’obiettivo è creare ambienti più sicuri e inclusivi, riducendo il rischio di episodi dannosi sia dal punto di vista fisico che psicologico.

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Lavoro: più occupati, meno disoccupati e inattivi a gennaio 2025

A gennaio 2025 spetto a gennaio 2024 aumenta l’occupazione (+513mila occupati), sintesi della crescita dei dipendenti permanenti (+702mila) e degli autonomi (+41mila), e del calo dei dipendenti a termine (-230mila).
Come attestano gli ultimi dati rilasciati dall’Istat, anche nel primo mese dell’anno il numero di occupati sale, arrivando a 24 milioni e 222mila.

La crescita degli occupati rispetto al mese precedente coinvolge i dipendenti permanenti, che salgono a 16 milioni 447mila, i dipendenti a termine (2 milioni 663mila) e gli autonomi (5 milioni 111mila).
Su base mensile, il tasso di occupazione cresce al 62,8% (+0,4%), mentre quello di disoccupazione cala al 6,3% e quello di inattività, al 32,9%.

Un aumento che non ha genere, forma contrattuale, ed età (eccetto i 35-49enni)

A sempre a gennaio 2025, rispetto al mese di dicembre 2024, la crescita degli occupati si associa alla diminuzione dei disoccupati e degli inattivi.
L’aumento dell’occupazione (+0,6%, pari a +145mila unità) riguarda gli uomini e le donne, i dipendenti, gli autonomi e tutte le classi d’età, a eccezione dei 35-49enni, tra i quali il numero di occupati diminuisce.

Il calo delle persone in cerca di lavoro (-0,6%, pari a -9mila unità) interessa gli uomini e tutte le classi d’età, con l’eccezione dei 25-34enni, per i quali il numero di disoccupati cresce, mentre tra le donne il valore rimane stabile.
Il tasso di disoccupazione (6,3%) scende dello -0,1%, e quello giovanile cala al 18,7% (-0,3 punti).

Stesso trend a livello trimestrale 

La diminuzione degli inattivi (-1,2%, pari a -146mila unità) coinvolge entrambi i generi, i minori di 35 anni e chi ha almeno 50 anni d’età, mentre si registra un aumento di inattività tra i 35-49enni. 

Confrontando il trimestre novembre 2024-gennaio 2025 con quello precedente (agosto-ottobre 2024), si registra un aumento di 85mila occupati (+0,4%).
La crescita dell’occupazione, osservata nel confronto trimestrale, si associa all’aumento delle persone in cerca di lavoro (+1,4%, pari a +22mila unità) e alla diminuzione degli inattivi (-0,8%, pari a -99mila unità).

Scende il numero di chi cerca lavoro anche rispetto all’anno scorso

A gennaio 2025, il numero di occupati supera quello di gennaio 2024 del 2,2% (+513mila unità).
L’aumento riguarda gli uomini, le donne, i 25-34enni e chi ha almeno 50 anni d’età, mentre per i 15-24enni e i 35-49enni si osserva una diminuzione.

Il tasso di occupazione, in un anno, sale di 1,0 punti percentuali.
Rispetto a gennaio 2024, diminuiscono sia il numero di persone in cerca di lavoro (-10,7%, pari a -194mila unità) sia quello degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-1,3%, pari a -158mila).

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Donne e disuguaglianze: perchè in Italia la parità è ancora lontana?

Nonostante le dichiarazioni e gli strumenti mesi in atto, le donne in Italia continuano a vivere situazioni di svantaggio in diversi ambiti, soprattutto nel lavoro, nella famiglia e nella società. A mettere in luce la persistenza di queste criticità è il Rendiconto di Genere dell’INPS.

Lavoro: il divario resiste

Nel 2023, il tasso di occupazione femminile si è fermato al 52,5%, ben al di sotto del 70,4% degli uomini. Le nuove assunzioni femminili hanno rappresentato solo il 42,3% del totale, con un accesso ridotto ai contratti stabili.

Il lavoro part-time è molto più diffuso tra le donne (64,4%) e spesso non è una scelta volontaria. La disparità salariale resta marcata, con retribuzioni inferiori del 20% rispetto a quelle maschili e una presenza femminile tra i dirigenti ferma al 21,1%.

Istruzione e opportunità di carriera

Le donne raggiungono livelli di istruzione più alti rispetto agli uomini. Rappresentano infatti il 59,9% dei laureati. Eppure questa scolarizzazione superiore non si traduce in una maggiore presenza nei ruoli di leadership, dove le posizioni apicali restano prevalentemente maschili.

Il peso del lavoro familiare e la questione pensionistica

Il carico della cura familiare grava principalmente sulle donne: nel 2023 hanno usufruito di 14,4 milioni di giornate di congedo parentale, mentre gli uomini solo di 2,1 milioni. La scarsità di servizi per l’infanzia accentua questa disparità.

Inoltre, le pensioni femminili risultano mediamente inferiori del 25,5% rispetto a quelle maschili, con un divario che arriva al 44,1% nelle pensioni di vecchiaia.

Violenza di genere e sostegno economico

Le segnalazioni di violenza contro le donne sono in aumento. Il Reddito di Libertà, destinato alle vittime di violenza domestica, ha subito limitazioni per carenza di fondi, rimanendo attivo solo in alcune regioni italiane.

Verso un futuro più equo

Secondo Roberto Ghiselli, Presidente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’INPS, è necessario un intervento su più livelli, dal mondo del lavoro ai servizi, fino a un cambiamento culturale, per garantire alle donne un’effettiva parità di opportunità e diritti.

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Cybersecurity: PMI, grandi aziende e distribuzione delle risorse

Emerge dall’IT Security Economics Report 2024 di Kaspersky:  le aziende più grandi dispongono di un maggior numero di risorse e personale IT rispetto alle Pmi, nonché di un maggior numero di soluzioni gestite.
Le Pmi si trovano ad affrontare costi sproporzionatamente elevati nella lotta contro la criminalità informatica. Inoltre, in media dispongono di 9 soluzioni di sicurezza, spesso solo con funzionalità di base, e di 4 specialisti che gestiscono i processi standard e le minacce più conosciute.

Le grandi aziende, invece, gestiscono in media 15 soluzioni di sicurezza complesse e spesso costose, avvalendosi mediamente di 23 specialisti di sicurezza informatica. Che, benché qualificati, svolgono spesso attività manuali ed eseguono molte operazioni di routine. 

Grandi aziende sempre più vulnerabili alle APT

La carenza di specialisti qualificati rappresenta di per sé una sfida per le grandi aziende, ma si traduce anche in un aumento delle retribuzioni dei dipendenti. Inoltre, la duplicazione dei dati tra i sistemi complica ulteriormente le operazioni di sicurezza, così come la telemetria isolata, che impedisce una corretta correlazione dei dati critici di sicurezza, causando lacune nel rilevamento tempestivo delle minacce.

Inoltre, i team di cybersecurity devono affrontare un numero elevato di alert e falsi positivi, ma i professionisti della sicurezza spesso non hanno il tempo necessario per condurre analisi approfondite, poiché i loro sforzi sono concentrati nella gestione di soluzioni di sicurezza multiple e diversificate.
Di conseguenza, le grandi aziende diventano sempre più vulnerabili alle sofisticate Advanced Persistent Threats (APT) e ai complessi attacchi informatici guidati dall’uomo.

I limiti finanziari e la carenza di personale delle PMI

Per quanto riguarda le Pmi, la carenza di personale e le risorse limitate rendono trascurabile la formazione continua sulla sicurezza e l’educazione dei dipendenti, aumentando il rischio di fughe di dati causate da coloro che potrebbero inconsapevolmente aiutare gli avversari informatici.

La carenza di risorse incide anche sullo sviluppo e sull’applicazione delle politiche di sicurezza, mentre i limiti finanziari impediscono alle Pmi di investire in soluzioni di sicurezza più avanzate, nonché nel personale qualificato necessario per gestirle.
Per affrontare queste sfide, le Pmi possono trarre vantaggio dall’esternalizzazione di attività di sicurezza complesse a team esperti, come i Managed Service Provider (MSP) o i Managed Security Service Provider (MSSP).

La soluzione è adottare strategie di sicurezza personalizzate

In generale, è fondamentale che le aziende trasformino la propria forza lavoro in un ulteriore livello di protezione contro i cyberattacchi. Le soluzioni di security awareness stimolano i dipendenti ad adottare un comportamento sicuro su Internet, anche attraverso esercizi di simulazione di attacchi di phishing, per insegnare al personale a riconoscere le e-mail di phishing e altre truffe di social engineering.

Mentre le grandi aziende beneficiano di economie di scala, nelle Pmi l’investimento proporzionale nella sicurezza informatica è maggiore. Questo evidenzia l’importanza di adottare strategie di sicurezza personalizzate, che rispondano alle sfide specifiche delle aziende di tutte le dimensioni.

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Intelligenza Artificiale: qual’è oggi la percezione degli Italiani?

L’intelligenza artificiale è ormai una presenza quotidiana nella vita degli italiani, con un utilizzo medio di tre volte a settimana. Tuttavia, se da un lato cresce la familiarità con questa tecnologia, dall’altro persistono timori legati alla privacy, alla diffusione di fake news e al possibile impatto sul mercato del lavoro.

È quanto emerge dall’indagine “Gli italiani tra sostenibilità e intelligenza artificiale: generazioni a confronto”, condotta da BVA Doxa e presentata durante la terza edizione del Forum Multistakeholder organizzato da Cassa Depositi e Prestiti a Milano.

Giovani e AI: uno strumento per studio e svago

I giovani rappresentano la fascia di popolazione che più utilizza l’intelligenza artificiale (68%), principalmente per supporto nello studio (64%) e per attività di intrattenimento (56%). Per molti, l’AI è diventata una sorta di “motore di ricerca relazionale”, uno strumento capace di offrire risposte rapide e personalizzate.

Nonostante il largo utilizzo, i giovani sono consapevoli dei rischi connessi all’AI, come la riduzione delle capacità analitiche e critiche. Tuttavia, il vantaggio immediato offerto da questa tecnologia sembra prevalere sulle possibili conseguenze negative.

Preoccupazioni: privacy, lavoro e dipendenza

I dubbi nei confronti dell’AI non riguardano solo i più giovani. Il 72% degli italiani teme che questa tecnologia possa sopraffare le persone, percentuale che sale al 77% tra le donne. Inoltre, il 52% si preoccupa per la violazione della privacy e la diffusione di fake news, mentre il 51% teme un impatto negativo sull’occupazione.

Un altro aspetto emerso dallo studio riguarda l’effetto dell’AI sull’ambiente: il 15% degli intervistati – e ben il 21% tra i giovani – ritiene che l’uso dell’intelligenza artificiale possa aumentare l’inquinamento e le emissioni, un tema particolarmente sentito dalle nuove generazioni.

AI e sostenibilità: il ruolo delle tematiche ESG

Durante il Forum, il presidente di Cassa Depositi e Prestiti, Giovanni Gorno Tempini, ha definito l’intelligenza artificiale il “game changer del secolo”, sottolineando la necessità di un cambio di paradigma per affrontarne le sfide.

Anche il tema della sostenibilità è stato al centro del dibattito. L’amministratore delegato di CDP, Dario Scannapieco, ha evidenziato come le tematiche ESG (ambientali, sociali e di governance) abbiano un impatto sempre più rilevante sull’economia e sulla vita quotidiana, soprattutto in un contesto globale in rapida evoluzione.

Il cambiamento climatico è un altro fattore da non sottovalutare: il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, e nel 2023 gli eventi meteorologici estremi sono aumentati del 22%. Di fronte a queste trasformazioni, il ruolo dell’innovazione e della sostenibilità diventa sempre più centrale nel dibattito pubblico.

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